Intervista su Minimee


Entriamo nel personale. I lettori vorrebbero conoscerti meglio, dacci un breve assaggio di te stesso.

Ciao Jay. Innanzitutto grazie per l’intervista. Parlare di me è la cosa più difficile che mi si possa chiedere ma proverò a farlo cercando di non essere banale. Mi ritengo una persona anticonformista, decisa a difendere le sue idee a spada tratta. Caparbio. Quando mi pongo un obiettivo, posso anche fallire ma star pur certo che avrò provato in tutti i modi a perseguirlo. Anticlericale convinto, figlio di Bakunin e ammiratore di Che Guevara, ho una passione sfrenata per l’heavy metal: la ascolto, la suono e la mangio.

Perché scrivi? Quando hai capito di non poter fare a meno della scrittura?

Perché scrivo?
Per lo stesso motivo per il quale respiro. Non ricordo quando ho capito di non poter fare a meno della scrittura. Tutto quello che so, è che ho sempre scritto. Non ti parlo necessariamente di scrittura creativa. Nella mia vita ho scritto praticamente su qualsiasi argomento se escludiamo l’arte culinaria.

A quale genere letterario ti senti più legato? C’è un autore in particolare dal quale prendi ispirazione?

Per gusti personali, escludendo i diversi saggi di scienze sociali, direi che il genere letterario cui sono più legato è il thriller. Ti parlo da lettore, non da scrittore. Quando scrivo, non mi piace farlo in funzione di un genere. Scrivo ciò che sento in quel determinato momento. Può trattarsi di un romanzo a sfondo sociale, può trattarsi di un thriller o un noir. Non mi pongo il problema e non pianifico nulla a tavolino, anche se posso dirti con certezza matematica che non scriverò mai un romanzo d’amore.

Quanti libri hai pubblicato, con quale casa editrice, e qual è stato il percorso (facile/difficile) che ti ha condotto alla pubblicazione?

Se escludiamo l’e-book Helvete (auto-pubblicazione), ho pubblicato tre libri con altrettanti editori. La prima opera “L’uomo che amava dipingere” è stato pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Aurea. Successivamente ho pubblicato nel 2011 “La donna che sussurrava agli specchi” (Montecovello). Nel maggio del 2013 – infine – ho pubblicato “Il ladro di fotografie” per Lettere Animate.

Com’è il rapporto con il tuo editore?

Non è che con il mio editore ci sentiamo tutti i giorni. Posso dire di essere molto soddisfatto di aver firmato per Lettere Animate. Confesso che era uno degli editori con il quale avrei voluto pubblicare “Il ladro di fotografie”. Avevo ricevuto un paio di offerte interessanti per questo libro ma prima di accettare, ho atteso il responso di Lettere Animate. Ero rimasto colpito dal loro modo di lavorare. Lettere Animate è indubbiamente una piccola realtà ma svolge il suo lavoro con professionalità e soprattutto con passione.

Di cosa parla il tuo ultimo libro? Genere? Cosa ti ha spinto a scrivere proprio questa storia? Che percentuale di autobiografismo è riscontrabile in esso?

Iniziamo dal genere. “Il ladro di fotografie” è un noir. Ho cercato di fare qualcosa di originale, come per tutti i miei libri del resto. Se ci sono riuscito o meno bisognerebbe chiederlo ai lettori. Il libro parla di un folle che – nella ricerca della sua donna ideale – ruba le foto di giovani donne sepolte in un cimitero di New York. Ben preso – come si dice in questi casi – il ladro farà il salto di qualità e dal furto delle foto passerà a commettere alcuni omicidi. Il compito di fermare questo serial killer spetterà ad Anthony, un ex poliziotto colpito da una terribile tragedia e che ora lavora come becchino. Anthony, quando ancora era un poliziotto, fu rapito insieme alla moglie. Dopo alcuni giorni di prigionia, quando finalmente i colleghi lo liberano, si rende conto che il suo rapitore gli aveva fatto mangiare i resti della moglie. In preda alla dipendenza dall’alcool – conseguenza di questo terribile trauma – è costretto a lasciare la polizia e riciclarsi come becchino.

Convinci il lettore a comprare il tuo ultimo libro.

Fatelo vostro, prima che sia Il ladro di fotografie a farvi suoi. A Parte questa inquietante affermazione, bastano appena 1,49 euro per comprare l’e-book e 9 euro per il cartaceo.

Sei soddisfatto delle vendite dei tuoi libri? Quali strumenti utilizzi per promuoverli e divulgarli? Sono efficaci?

Non conosco ancora i dati di vendita quindi non posso risponderti. Per la promozione i mezzi sono quelli a disposizione di tutti quelli che non hanno pubblicato per un colosso dell’editoria quindi interviste, qualche recensione e presenza sui social network.

Cosa pensi dell’editoria italiana? Eventualmente cosa faresti per migliorarla?

Penso che l’editoria italiana sia concentrata nelle mani di pochi editori che decidono il bello e il cattivo tempo. In questa situazione è difficile emergere. I piccoli editori (mi riferisco a quanti svolgono seriamente il loro lavoro) fanno grossi sforzi e meriterebbero maggiore riconoscimento anche a livello di sovvenzioni perché sono un’autentica palestra per centinaia di scrittori. Naturalmente questa è un’utopia. Dopotutto un tizio – tempo fa – disse che con la cultura non si mangia e questo fa capire quale attenzione sia posta nei confronti della cultura italiana. Del resto gli Scavi di Pompei cadono a pezzi e nessuno fa niente, cosa ci possiamo mai aspettare? Soldi non ce ne sono e se ci fossero, sarebbero certamente spesi per altre cose e non nei libri.

Quali consigli daresti a un autore emergente per far sì che il suo sogno si realizzi, ossia la pubblicazione del primo romanzo?

Un consiglio che do sempre e che non mi stancherò mai di ripeterlo è che non bisogna accettare i contratti che prevedono un esborso economico da parte dell’autore. Vi riempiranno di complimenti, vi lasceranno credere che siete i migliori ma stanno solo mirando ai vostri soldi. Non lasciatevi abbindolare dalla vostra stessa vanità e che alla vostra mamma piaccia il libro, non significa niente. Spedite in giro i vostri libri e siate pazienti. Forse dovrete aspettare anche un anno, ma se il vostro lavoro è buono, troverete un editore disposto a pubblicarvi senza spillarvi soldi. Se tutto ciò non dovesse accadere, pazienza. Forse non avete stoffa, forse avete bisogno di lavorare di più sul vostro manoscritto o la storia in sé non funziona. Ultima cosa: siate umili e critici con voi stessi. Tutti noi abbiamo commesso e commetteremo degli errori. Il tempo e soprattutto la pratica porranno rimedio e la scrittura migliorerà di anno in anno, libro dopo libro fin quando si sarà pronti per essere pubblicati.

Intervista originale qui 

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