Il ladro di fotografie


IL LADRO DI FOTOGRAFIE.

La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Antony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Antony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.

CAPITOLO I

(ebook 99 centesimi, cartaceo 9 euro).

Non sapevo dove mi trovavo in quel momento. Intorno a me c’era solo il buio, l’oscurità. Ero legato, con le mani dietro la schiena. Avevo un bavaglio sulla bocca e, spaventato, mi di-menavo per cercare di liberarmi. Da lontano, come se prove-nisse da un’altra stanza, sentii un urlo, un grido agghiacciante, di terrore, ma anche di dolore lancinante, l’urlo di una donna, poi il silenzio. Il mio pensiero andò subito a Franceen. Passa-rono diverse ore, durante le quali sembrava fossi solo; neanche il più piccolo rumore percepivo in quel luogo. Dovevo essere stato portato in una zona isolata, forse di campagna. A un tratto udii dei passi che, con il trascorrere dei secondi, sembravano sempre più vicini. Contemporaneamente sentivo degli scric-chiolii, come se qualcuno stesse salendo una scala di legno. I passi sembravano quelli di una persona pesante…tum tum tum, il rumore mi rimandava alla mente le percussioni di qualche antico rito tribale il cui incedere separa la sfortunata vittima, dai secondi che mancano alla morte. Sentii un cigolio, come se si aprisse una porta, fuori doveva essere notte, perché non en-trava luce. Qualcuno si fermò per qualche istante sull’uscio, poi i pesanti passi con il loro incedere lento e “ritual-tribale-sco” ripresero, tum tum tum, questa volta accompagnati da un rumore ancora più sinistro. Dal suono sembrava si trattasse del-lo sfregamento di due coltelli. Improvvisamente sentii qualcosa di freddo, metallico e appuntito, poggiarsi sul mio zigomo, ap-pena sotto l’occhio. L’oggetto, probabilmente una lama accura-tamente e sapientemente affilata fino a pochi istanti prima, co-me una carezza mortale, scese lungo la mia guancia fino a fer-marsi sulla gola, all’altezza del pomo d’Adamo. Potevo sentire distintamente il respiro affannato di quell’uomo. La lama vi re-stò lì per qualche secondo che percepivo come interminabili ore. Poi avvertii i passi allontanarsi, tum tum tum, e la porta chiudersi. Qualcosa gocciolava dalla mia guancia, forse san-gue. La lama, scorrendo sul mio viso doveva avermi graffiato. Non so quanto tempo passò dalla visita del mio carceriere, for-se un paio di giorni. Finalmente, mi portò qualcosa da mangia-re. Mi tolse il bavaglio che strozzava il mio respiro, mi liberò le
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mani, gli chiesi chi era, cosa volesse da me, perché mi faceva tutto questo, ma non disse nulla, non proferì parola. Mi diede una scodella con dentro della carne; sembrava uno spezzatino. Non so dirlo con precisione perché continuavo a essere al buio. Il sapore non era dei migliori, ma dopo due giorni di digiuno non si bada tanto al sapore delle cose che si mangiano. Masti-cando la carne, rischiai di rompermi un dente. C’era qualcosa di duro, di metallico, mescolato alla pietanza, qualcosa di for-ma circolare. Istintivamente sputai quell’oggetto. Finito di mangiare, il mio carceriere mi legò e imbavagliò nuovamente. Avevo perso completamente la cognizione del tempo; mi ero ormai abituato a quel perenne buio. Fu quando avevo ormai perso le speranze di uscire vivo di lì, che qualcuno sfondò la porta e finalmente vidi una luce. La polizia mi aveva trovato, fui liberato, ma il vero orrore dovevo ancora vederlo. In terra c’era il cerchietto metallico che avevo sputato. Lo presi e lessi l’incisione al suo interno, “Anthony e Franceen – 16 giugno 2008”. Era la fede di mia moglie, e io avevo mangiato i suoi resti. Il suo assassino non fu mai trovato, fece in tempo a scap-pare prima che la polizia giungesse.
Questa storia mi segnò profondamente, caddi in depressione, e anche per questo persi il lavoro che avevo. Ero un agente di polizia, un detective della squadra omicidi.
Il tenente, che al distretto avevamo tutti soprannominato Do-bey, perché sembrava il sosia del tenente nel telefilm “Starsky ed Hutch”, grosso, una montagna umana, di colore e con un ca-rattere burbero, probabilmente riteneva che il puzzo di alcool e vomito che mi portavo dietro infastidisse i colleghi, ma quanto poteva fregarmene? Mi mise di fronte a una scelta, che proba-bilmente, in cuor suo, sperava sarebbe stata diversa da quella che poi presi, mi convocò nel suo ufficio, chiuse la porta e sen-za neanche farmi sedere mi disse: «Scegli, il distintivo o la bot-tiglia!». Io lo guardai, lo squadrai per bene con un’espressione del volto tipica di chi pensa: «Ma questo che cazzo vuole da me?». Presi distintivo e pistola, li poggiai sulla scrivania e me ne andai sbattendo la porta. Quella fu l’ultima volta che il di-stretto 47 di New York vide la mia faccia.
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Grazie all’aiuto di un amico trovai un impiego al cimitero. Faccio il becchino, scavo fosse, seppellisco cadaveri e guardo la gente piangere i loro morti. Questo è un settore che non è mai in crisi, e, fortunatamente, non c’è la fila per accaparrarsi un impiego del genere. Ovvio, avrei preferito un lavoro di-verso, magari più movimentato, ma, come si dice, c’è la crisi e poi… e poi almeno i morti non si lamentano se mi faccio un goccio di tanto in tanto. Qui posso stare vicino a Franceen, an-che se quel mostro ha lasciato ben poco da seppellire. Lei ri-posa sulla zona collinare del cimitero, è un bel posto, ci passo spesso; a volte mi soffermo a guardare il tramonto, che visto da lì è bellissimo, illudendomi che Franceen sia lì a guardarlo in-sieme a me. Ci si arriva attraverso un lungo viale alberato, co-steggiato da cipressi, su di cui d’estate, cicale e grilli sono soliti tenere un “concerto” ininterrotto. È in quel luogo, a non più di dieci metri dalla tomba di Franceen, che notai per la prima vol-ta Sara. È un’assidua frequentatrice del cimitero, non che abbia qualcuno sepolto qui, o meglio, non che io sappia. La prima volta che la vidi, la scambiai per una giovane vedova, perché vestiva sempre di nero, portava lunghe vesti adornate da pizzi. Il suo volto era sempre nascosto dai suoi lunghi capelli color nero corvino. Solo più tardi venni a sapere da un collega, Ro-bert, che si trattava di un’artista. Veniva in quel luogo di pace non per fare visita a parenti defunti, bensì per fare ritratti delle statue degli angeli di cui il camposanto abbonda.
Un’appassionata di cimiteri monumentali. È un tipo simpa-tico Robert, non lo si direbbe dal lavoro che fa… chissà perché poi, la gente ha tutti questi pregiudizi verso i becchini. È un la-voro come un altro e qualcuno dovrà pur farlo. Lui sì che ne ha seppellita di gente, e per un paio di loro ha provato anche pia-cere nel farlo. Me lo raccontava l’altro giorno, ero seduto a fu-mare una sigaretta, quando lo vidi arrivare con il volto sorri-dente, raggiante. Io lo guardai, pensando tra me e me che acci-denti avesse da ridere, e gli dissi:
«Ti è andata bene a poker ieri sera?»
«Macché! Amico, molto meglio, decisamente molto meglio, John Parker!».
«Ah! Potevi dirlo prima John Parker… ma chi diavolo è John Parker?».
«Uno che al liceo mi dava il tormento, un bullo… l’ho sep-pellito dieci minuti fa. Pensa, una volta mi ha persino infilato la testa nel cesso. Si aggirava per i corridoi della scuola tutto fie-ro, col giubbotto della squadra di football del liceo, insieme ai suoi due compari, dandosi arie da campione e terrorizzando i nerds. Pare abbia tentato di rapinare un negozio di liquori sulla trentaseiesima, ma il proprietario ha pensato bene di ficcargli tre pallottole in corpo, ben gli sta!»
Eh, Robert è fatto così, è uno che non dimentica, ma resta comunque un bravo ragazzo. Io invece vorrei esserne capace, anche se a volte mi chiedo se sarebbe giusto farlo, dimenticare Franceen, dimenticare di averne mangiato le carni, scordare che il suo assassino è lì fuori da qualche parte mentre io sono imprigionato nel dolore, nel disagio, nello sconforto. Il brutto del bere è che quando si arriva al fondo della bottiglia, dove non c’è più neanche un misero sorso di bourbon, riappare tutto quello che si voleva obliare ubriacandosi; allora la cosa più lo-gica, più sensata da fare sarebbe scagliare per terra la bottiglia vuota, ma i ricordi restano ugualmente, l’orrore rimane lo stes-so, poi si guardano i cocci della bottiglia fino a notare l’analogia con la propria vita, o meglio, con ciò che resta della propria vita. Già, una bottiglia rotta in tanti piccoli e taglienti pezzi… non potrebbe esserci allegoria migliore per rappresen-tare la mia esistenza. È da quel giorno, da quel maledetto gior-no che cammino con una pistola puntata alla tempia, la sola differenza tra me e tra quelli che seppellisco è che io cammino; per il resto siamo identici in tutto, anzi forse no, loro sono più fortunati di me, stanno meglio di me, molto meglio. Chi lo sa, un giorno forse sarà proprio Robert a seppellirmi, mi auguro solo che non se la rida anche quella volta. Robert è una vera istituzione qui, tutti lo conoscono e lui anche conosce tutti. Se si vuol conoscere qualcosa su qualcuno che frequenta il cimi-tero, bisogna chiedere a Robert. A volte mi domando se non abbia uno schedario con i dossier di tutti noi, dipendenti visi-tatori e gli eterni ospiti del cimitero.
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I primi giorni di lavoro c’era un tizio che m’incuriosiva mol-to, era strano, non era un dipendente del cimitero, lo capii dal fatto che non portava la tuta che usiamo per lavorare, eppure era sempre impegnato a tenere le tombe in ordine e soprattutto a prendersi cura delle piante. Aveva sempre lo sguardo verso il basso, non lo avevo mai visto parlare con nessuno, né avevo mai sentito la sua voce, tanto è vero che arrivai a pensare che fosse muto; non so se si comportasse così per timidezza o per qualche altro motivo, magari più serio. Era uno che non dava problemi comunque, gli bastava accudire piante e fiori, cicla-mini, rose, violette, margherite, orchidee e altre specie di cui ignoro il nome, ma che lui certamente conosceva. Avevo l’impressione che avesse con le piante un rapporto maniacale, non so se sia il termine giusto per descrivere la cosa, ma è il primo che mi viene in mente. È come se con loro si confrontas-se, si relazionasse, insomma è come se ai rapporti umani avesse sostituito i rapporti con le piante. Forse viveva in un mondo tutto suo, chi lo sa, ma finché non dava fastidio, né creava pro-blemi a nessuno, per me andava bene così. Non conoscevo la sua età, ma su per giù credo che avesse circa venti anni. La cu-riosità di sapere chi fosse quel ragazzo era troppa, così chiesi a Robert. Mi disse che lo chiamavano, e lo chiamano, John Doe, perché il suo vero nome non lo conosceva nessuno e chiunque avesse provato a chiederglielo aveva ottenuto come risposta un lungo silenzio. Così fu deciso di chiamarlo, un po’ per gioco, John Doe, come vengono chiamate le persone di cui non si co-nosce l’identità, oppure la si vuole tenere nascosta. Era stata una giornata impegnativa, avevo avuto quattro sepolture. Se c’è una cosa peggiore che seppellire un uomo o una donna, è sep-pellire un bambino, ed era ciò che avevo fatto nella mattinata. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere, un’esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando si seppellisce il corpo di una così giovane vita spezzata, quando si è al corrente che la bara bianca che si sta coprendo con la terra contiene il corpo di un bimbo di pochi mesi, è inevitabile porsi molte domande sulla vita, su Dio e su tantissimi altri aspetti. Riflessioni, pensieri si accavallano, non si può farne a meno, il tentativo di raziocinare è vano. Sono i pensieri che vengono a
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cercarci, per quanto si tenti di sfuggire a essi. In città, da giorni, non si parlava d’altro che della morte di questo bambino, si chiamava Benjamin. Aveva quattro mesi, suo padre, Peter, un uomo dall’aspetto di una brava persona, con il volto devastato dal dolore e gli occhi che sembrano in fiamme, arrossati a cau-sa delle tante lacrime versate, lavora presso una compagnia te-lefonica, mentre sua madre, Jennifer, è una casalinga con un passato da modella, o aspirante tale, e piccole apparizioni in spot pubblicitari di prodotti di poco successo, così come la car-riera della giovane donna. Nulla lasciava presagire che la vita di Benjamin sarebbe durata il tempo di un battito di ciglia, ap-pena centoventi giorni, neanche l’agio di accorgersi di essere al mondo, che aveva dovuto fare i conti con la crudeltà, la follia che spesso la vita riserva. La speranza, l’unico conforto che si può trovare, se mai davvero possa esistere qualcosa che dia conforto alla perdita di un figlio, è l’illusione che non si sia re-so conto di quanto gli stava accadendo. Tutto diventa ancora più maledettamente inaccettabile quando un neonato muore in un modo così tragico, inimmaginabile, assurdo. Benjamin, un bellissimo pargolo con i capelli biondi e gli occhi azzurri come il cielo in una giornata d’estate, le guance paffute che suggeri-scono l’irrefrenabile voglia di pizzicarle dolcemente, stava fa-cendo il bagnetto. Era solo in casa con sua madre, Peter era uscito per andare a lavoro. Quando fece ritorno, infilò la chiave nella toppa, ma la porta era chiusa dall’interno con le altre chiavi di casa inserite nella serratura. Bussò al campanello, ma nessuno apriva. Chiamò Jennifer sul telefono di casa, ma squil-lò fino a quando attaccò il messaggio della segreteria – non siamo in casa, lasciate un messaggio e sarete richiamati –. Sempre più preoccupato, come se avesse avuto un brutto pre-sentimento, Peter chiamo Jennifer al cellulare, ma anche quest’ultimo squillava a vuoto. Sudava freddo Peter, tremava come una foglia, il suo istinto gli diceva che qualcosa era suc-cesso. Telefonò al 911, sul posto giunsero i pompieri, la polizia e un’ambulanza. I vigili del fuoco sfondarono la porta; in casa sembrava tutto in ordine, Peter, insieme agli agenti, controllò le camere per vedere se ci fosse qualcuno. L’uomo trovò la porta del bagno chiusa a chiave. Bussò: «Jennifer, sei lì dentro?»
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Chiese ripetutamente. «Jennifer apri!» Nessuno rispondeva. Con l’aiuto di un agente sfondò la porta. L’immagine era di quelle che un genitore non vorrebbe mai vedere. Avvolto in un asciugamano Jennifer stringeva a sé il corpo senza vita del pic-colo Benjamin. Sua madre, la donna che avrebbe dovuto pro-teggerlo a costo della sua stessa vita, lo aveva annegato nella vasca. Confessò di averlo fatto, perché nella sua follia, il bam-bino le aveva impedito di sfondare nel mondo dello spettacolo, vedeva il suo corpo sfigurato, deformato dalla gravidanza (an-che se era in forma perfetta), il suo sogno di diventare modella, show girl, le era stato rubato da suo figlio; di questo si era con-vinta seppur a torto. Aveva sfogato, scaricato le sue frustrazio-ni, i suoi fallimenti, che di certo non erano stati generati da Be-njamin, su di un bambino indifeso che nulla chiedeva, se non l’amore e la protezione di sua madre, la sua assassina. Questa tragedia, mi aveva portato alla mente un caso che seguii anni fa, quando ancora ero uno sbirro. Un caso difficile, in cui la madre sembrava l’unica che avesse potuto commettere l’infanticidio, c’erano tanti indizi, ma nessuna prova schiac-ciante a suo carico, eppure io sapevo che era stata lei a uccidere il piccolo, ma l’istinto, le sensazioni, non erano ammesse come prove in tribunale, alla fine però, riuscii a incastrarla. Il giorno che fu emessa la sentenza e la condanna, provai un senso di pa-ce, di soddisfazione, orgoglio; e dire che prima di allora ne avevo spediti di assassini in galera. Quella volta però fu diver-so, era diventato un caso personale e quella donna doveva pa-gare, così come doveva pagare, e con gli interessi, l’assassino di Franceen. Avrei tante di quelle storie da poter raccontare su casi risolti e tanti altri irrisolti, che potrei scrivere dei libri poli-zieschi, ma il mio mestiere non è quello dello scrittore, il mio lavoro è quello dello scavatore di fosse, sono un “grave dig-ger”. Do ai morti degna sepoltura e osservo i vivi, lasciati in questo mondo nel giorno peggiore della loro vita, guardo le lo-ro lacrime bagnare questa terra consacrata, ascolto i loro pianti, le grida di disperazione fino allo svenimento e li capisco, li comprendo, comprendo il dolore che provano, che li trafigge come una spada infuocata e che ne brucia le carni. So che qual-siasi parola sarebbe inutile, so bene che nulla può dar più con-
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forto, sollievo, speranza, perché a me, quando Franceen è mor-ta, non sono servite, non sapevo e non so cosa farmene delle parole, delle frasi di circostanza. Mi sono sentito ripetere così tante volte “mi dispiace” che mi è venuta la nausea a sentir pronunciare queste parole; come se un “mi dispiace” avesse il potere di far resuscitare i morti, di restituire la persona più im-portante della propria vita. È per questo che in casi del genere sto in silenzio, non dico nulla. A cosa servono le condoglianze, quando si perde qualcuno? Quante di esse, poi, sono davvero sincere, sentite, dette con il cuore. Avete mai osservato delle esequie? Dico osservato con distaccata attenzione, con l’occhio di chi ne vuol capire le dinamiche. Io sì, l’ho fatto, ne vedo tan-te e ho imparato a studiarle. C’è, come ovvio, un carro funebre, di colore nero, anche se ultimamente vanno di moda quelli gri-gio metallizzato, che procede a passo d’uomo. Appena più die-tro, quasi appoggiati al cofano della vettura che trasporta il de-funto, ci sono i parenti più stretti, una madre, un figlio, una moglie, insomma il nucleo familiare principale, tutti con gli occhi traboccanti di lacrime. Sono ammassati l’uno sull’altro quasi come se facessero a gara per entrare nel carro funebre in-sieme al morto. Poco più dietro ci sono solitamente i cugini, quelli che si vedono, o meglio, vedevano di tanto in tanto, loro sono più composti dei primi, seguono il carro in silenzio. Man mano che si va a ritroso della fila che segue la salma si nota che il disinteresse cresce, fino ad arrivare in fondo dove c’è ad-dirittura chi ridacchia con la persona a fianco, o chi parla della partita del giorno prima maledicendo l’arbitro, che a suo dire ha fatto perdere, con le sue sviste o la sua malafede, la squadra del cuore. È come se quella fila in corteo funebre rappresentas-se un continuum, una scala di valori che va dal “non posso vi-vere senza di te” al “chi cazzo se ne frega che sei schiattato, sono qui solo per non fare una figuraccia con gli altri”. È posi-zionandosi lungo il continuum rappresentato dalla fila che si capisce davvero quanto ad una persona freghi del morto, nono-stante anche l’ultimo della fila si avvicina alla vedova per dire con faccia seriosa e addolorata: «Mi dispiace, sentite condo-glianze» e dopo aver adempito ai suoi doveri, se ne va al bar a bere con gli amici. Aveva ragione mio nonno: «I guai sono
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sempre di chi muore!» Poverino, anche lui è morto e anche alle sue esequie notai la stessa farsa di cui parlavo poco fa. Un can-cro lo ha divorato dall’interno; credo sia stato un bene che la sua malattia ci abbia messo poco ad ucciderlo, anche se all’epoca non la pensavo certo così. Egoisticamente, lo preferi-vo vivo inchiodato a un maledetto letto, ma vivo, nonostante le sue atroci sofferenze fossero ben visibili agli occhi di noi tutti, piuttosto che vederlo portare via in una bara; ma ero un ragaz-zino appena quindicenne, che ne potevo sapere io della vita, che ne potevo sapere io del dolore e come potevo concepire, accettare la perdita del mio adorato nonno? Sono le stesse cose che mi chiedo da quando Franceen non c’è più, nonostante ora sia un uomo.

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