Il deputato


Ne ho strette di mani fin dai miei primi passi in questo mondo di squali dai denti acuminati. Caini, vampiri succhia sangue pronti a pugnalarti appena offri loro le spalle. Basta un attimo, una piccola distrazione e una fredda lama ti trafigge. Amici, nemici in politica non c’è distinzione. Tutti sono utili finché serve. Partito, coalizione, prostituzione. Ricordo la prima volta che assaporai il potere, aveva il gusto dell’impunità. Ancora mi si drizzano le papille gustative a quel ricordo. Ero deputato da appena due giorni, ancora mi ci perdevo per il Palazzo di Montecitorio, io che ero sempre rimasto confinato nel mio paesino di campagna. Avevo parcheggiato l’auto, una di quelle di lusso, super accessoriate, vernice nera metallizzata, fresca di cera, in divieto di sosta. Non dico il modello per non fare pubblicità gratuita. E sì, noi non facciamo nulla per niente in cambio. Vidi un vigile allontanarsi e un foglietto sul parabrezza, tenuto fermo dal tergicristallo.

«Scusi, scusi – grido al vigile – stavo andando via».

Lui mi guarda e mi dice: «Faccia buon viaggio».

«Sì ma la multa?».

«La multa? Sono 78,00 euro. Buona giornata».

Fu allora che con ardore e presunzione pronunciai per la prima volta la frase: «Lei non sa chi sono io». Lo dissi, mentre con arroganza sventolavo il mio tesserino di parlamentare sotto il naso del vigile. L’uomo fece pochi passi indietro e strappò la multa. Quasi mi ringraziò prima di congedarsi. Capii che quel semplice gesto, lo sventolio del tesserino, poteva aprirmi qualsiasi porta. Più tempo il mio culo flaccido sedeva sulla poltrona del Parlamento e più il mio senso d’onnipotenza cresceva, così come cresceva il conto in banca. Apprendevo con sagacia l’arte dell’intrallazzo, dell’inciucio. Sentivo di poter fare tutto, togliermi qualsiasi sfizio, provare qualsiasi cosa: droga, puttane, bastava chiedere, anzi, bastava un cenno, uno sguardo. Sembrava la strada per il paradiso, ma il meglio doveva ancora arrivare. Perché pagare droga e puttane quando c’era qualcuno (in tanti per la verità) disposto a offrirmi queste cose? Gli imprenditori facevano la fila alla mia porta. Tutti rispettabilissimi uomini d’affari all’apparenza. Così fan tutti, mi ripetevo. Bussavano alla porta, io dicevo: «Avanti!». Ti parlavano con il cuore in mano e una bustarella nell’altra. Così, bustarella dopo bustarella mi sono aperto un conto segreto all’estero, tanto, mal che vada, un modo per far rientrare il denaro si trova sempre. Mia moglie sapeva delle puttane e delle ragazzine in cerca di fama che si offrivano a me. A lei, però bastava fare la vita da “signora” per chiudere un occhio o due se necessario. C’è sempre un prezzo da pagare, lo sapeva lei, lo sapevo io e soprattutto lo sapevano quelli che bussavano alla mia porta. Un giorno poi qualcuno venne a riscuotere. Non si arriva dove sono giunto io senza un considerevole aiuto. L’aiuto a me lo aveva dato la camorra e il clan adesso voleva sedersi al banchetto come ospite d’onore. Un appalto qui, un favore lì e, via via, richieste sempre più pressanti. Tutto sommato a me stava bene così, dove mangiava uno, potevano mangiare anche in due. Ed io mangiavo, oh sì se mangiavo. M’ingozzavo come un maiale e grugnivo come una scrofa in calore. Poco importava dove fare il banchetto, non c’era differenza a gozzovigliare tra le macerie di un terremoto o in una discarica abusiva nelle campagne del casertano. Non siamo persone che non si formalizzano. L’ingordigia però è spesso una trappola e se non stai attento, prima o poi ti scoprono. Fortuna che non sei solo, fortuna che in parlamento hai tuoi simili che ti difendono e impediscono l’arresto. Si sa, oggi è capitato a te, domani potrebbe capitare a me. Tutti sulla stessa barca tutti a remare nella stessa direzione verso l’isola dell’impunità. Volete sapere se non si prova almeno un po’ di vergogna in tutto questo? A tale domanda rispondo che se la vergogna ha un domicilio questo non è certo Palazzo Montecitorio.

 

 

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