Roma Napoli: libri e striscioni


Roma Napoli

Roma Napoli è l’esempio di come dei miserabili, con un gesto tanto semplice quanto stupido, possono far passare in secondo piano una vittoria che allo stadio Olimpico mancava da novembre scorso. La Roma ha costruito il suo secondo posto, per quanto traballante, sulla miseria di un campionato che non regge il confronto con il calcio che conta: Priemier League, Liga, Bundesliga.

Roma Napoli: il Vesuvio può attendere

Il silenzio è d’oro, a volte è opportuno, altre volte ancora è prova d’intelligenza. In curva, l’intelligenza si è piegata alla stupidita di chi ha concepito un assurdo striscione. Passi il “Vesuvio lavali con il fuoco” – a Pompei migliaia di romani ebbero modo di conoscere con dovizia di particolari l’ira del vulcano – il tifo, dopotutto,

non è un pranzo di gala, non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo ecc. ecc.

e personalmente non chiedo tanto come loro; mi accontenterei che quei signori usassero almeno l’acqua. Giudicare con uno striscione infame Antonella Leardi, una madre che ha perso il figlio, ammazzato da uno così vigliacco e criminale da andare in giro con una pistola, nella migliore delle ipotesi, rende complici. Con quello striscione, gli autori hanno dichiarato da che parte stanno: dalla parte di chi non esita a uccidere – perché, signori miei, si può tirare in ballo la legittima difesa quanto si vuole, ma chi detiene irregolarmente una pistola e la porta con sé, lo fa con un solo scopo: usarla… prima o poi. Ciro Esposito lo ha imparato a sue spese.

Lucrare con un libro… verrebbe da ridere se non ci fosse di mezzo il povero Ciro Esposito. Sono in questo ambiente da abbastanza tempo da sapere che con i libri – salvo i casi letterari, e non è il caso di “Ciro Vive” – non si lucra un bel niente. E già tanto se la signora Antonella Leardi non abbia dovuto pagare di tasca sua per la pubblicazione di “Ciro Vive”.

Roma Napoli è stata un’altra occasione persa per sfoggiare una dignità che evidentemente manca. Dispiace per la parte di tifo pulita perché, suo malgrado, è stata oscurata da un manipolo d’imbecilli.

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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