La camorra militarizza Materdei


Materdei

La camorra mostra i muscoli e militarizza Materdei, popoloso quartiere napoletano. Nel tardo pomeriggio di venerdì, una quindicina di uomini a bordo di sette o otto motociclette hanno sfilato per le strade, armi in pugno, ben in vista. Diversi passanti sono stati minacciati e fatti allontanare.

L’azione dimostrativa rientrerebbe nelle logiche della faida in corso tra i Mianesi e i Savarese; costole di clan più grandi con i quali non hanno più vincoli d’affiliazione: i Lo Russo e i Misso.

La strategia comunicativa tende a rivendicare la proprietà del territorio e di tutti i traffici illeciti a esso legati. L’aver cacciato la gente è un messaggio che può essere decifrato come un’affermazione di supremazia del clan (non è chiaro quale delle due fazioni in guerra) ma anche un’intimidazione ai commercianti della zona, perennemente in ostaggio di questa o quella famiglia criminale. Una scena che sembra tratta da “Gomorra” ma che invece, è diretta ispiratrice della serie televisiva che tanto ha scandalizzato quanti preferiscono voltarsi dall’altra parte e fingere che Napoli sia soltanto Sole, pizza e gente allegra.

La realtà ben diversa, è un muro contro il quale le persone oneste continuano a sbattere, costrette a versare tributi ad assassini incalliti. Napoli è come un Risiko in balia di bande criminali che si contendono pezzi di territorio a colpi d’arma da fuoco, basti pensare all’ultimo agguato mortale di venerdì 29 agosto a Pianura. Vittima dei sicari Luigi Mele, 34 anni, esponente dell’omonimo clan.

Ma la camorra che militarizza un rione impone una risposta forte, decisa. Una parata militare del genere non può essere tollerata, è un’azione che ha un peso ben maggiore di un qualsiasi agguato. È una dichiarazione di guerra a tutta la città. La risposta dev’essere forte, decisa, senza pietà o esitazioni. Queste persone vanno colpite adesso, nel modo più forte possibile. Napoli è nostra, non di questi vermi.

Vincenzo Borriello Scrittore

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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