Kurt Cobain: venti anni dalla sua morte


Kurt Cobain

Mi ero alzato da alcuni minuti, mi attendeva un’altra giornata di scuola tra volti anonimi e insegnati stupidi. Dovevano essere le 6:45 o giù di lì. Tutte le mattine i miei genitori guardavano le news mandate a ripetizione su Canale 5. Era l’8 aprile 1994. Ricordo le parole che mi disse mia madre: «Quel cantante che ti piace è morto, si è ucciso».

Insomma, uno come me che aveva e ha la casa invasa da Lp, CD e musicassette, necessitava di più informazioni. La lista dei possibili suicidi era lunga. Feci mente locale e ricordai il tentato suicidio di Kurt Cobain, poco tempo prima, in un albergo romano. Sì, doveva essere lui perché sapevo, ci avrebbe riprovato.

Allora dissi: «Ma chi, il cantante dei Nirvana?»

«Sì, lui!» fu la risposta. La morte risaliva al 5 aprile.

Non mi va di stare qui a ripercorrere la carriera musicale di Kurt Cobain e dei Nirvana, come farebbe un qualsiasi giornalista con davanti la pagina di Wikipedia. Lo trovo uno sterile esercizio che non porta a nulla. Ancor meno mi va di perdere tempo con le tesi complottistiche – che tanto piacciono agli statunitensi – sul presunto omicidio dell’artista. Preferisco attenermi ai fatti, nudi e crudi. I fatti ci dicono che un uomo capace di trasmettere emozioni attraverso la musica, che prima l’aveva liberato ma poi – paradosso – l’aveva imprigionato, ha deciso di farla finita, incapace di sostenere il peso della sua esistenza, più che della fama.

Quegli anni sono stati davvero interessanti per un certo tipo di rock che un po’ forzatamente veniva etichettato come Grunge nonostante spesso, le band ficcate in questo filone avessero in comune soltanto la provenienza dall’area di Seattle e a volte neanche quello. Erano gli anni della Sub Pop, degli Alice in Chains (il cantante Layne Staley morì d’overdose nel 2002), dei Pearl Jam, Smushing Pumpkins, tutta gente cresciuta a pane, Sonic Youth e Melvins e delle major disposte a mettere sotto contratto qualsiasi tizio che avesse una chitarra e scritto “Born in Seattle” sul documento d’identità. Di quegli anni è rimasto davvero poco, forse nulla.

Vincenzo Borriello Scrittore

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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