Elkann e le sue pillole di saggezza sui giovani


John Elkann

Ci mancava la lezione di vita da parte di John Elkann, non esattamente quello che si definirebbe un “self-made man”, un uomo che si è fatto da solo. Eppure il ricco erede dell’impero Agnelli è salito in cattedra, l’ha fatto nel corso di un meeting con gli studenti di Sondrio. Elkann ha distribuito pillole di saggezza come se fossero caramella che, una volta scartate e portate alla bocca, andavano subito sputate per il sapore rancido d’idiozia e superficialità. La tesi del rampollo è semplice tanto quanto sciocca: il lavoro c’è, manca la voglia di lavorare.

“Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione”.

Possibilità che di certo mancano a Pomigliano o a Termini Imerese, giusto per citare un paio di posti. La differenza tra i giovani che erano lì ad ascoltare e “l’uomo che cammina sui tappeti rossi quando entra in banca” è che i primi, al massimo giocano al fantacalcio, lui, “L’uomo che cammina ecc ecc.” Ha una vera squadra di calcio.

Elkann parla di cose che non conosce e non può conoscere. Neanche immagina quali difficoltà debba affrontare un giovane quando si mette alla ricerca di un lavoro. Ragazzi che si trovano tante porte sbattute in faccia prima ancora di bussare. Lui, invece, le porte le ha sempre trovate spalancate e non ha neanche dovuto chiedere permesso prima di entrare. Anzi, chi era dentro, s’inchinava al suo passaggio. Eppure, lui insiste:

“I giovani devono essere più determinati nel trovare il lavoro, perché ci sono molte opportunità, spesso colte da altri, proprio perché loro non hanno voglia di coglierle. Questo stimolo, legato al fatto che o non ne hanno bisogno o non c’è la condizione di fare certe cose”.

Una visione semplicistica figlia di chi la vita l’ha sempre avuta facilitata. Purtroppo non tutti arrivano da Agnellandia, dove dai rubinetti esce lo champagne e c’è sempre il sole. Non tutti hanno un cognome che funziona meglio di un grimaldello. Questo, il giovane ereditario non può saperlo. Non ha mai dovuto sprecare a inviare curricula che con buona probabilità neanche saranno letti.

I ragazzi di cui parla, magari, sono i figli di quei padri che lei ha mandato in cassa integrazione. Altro che situazione di comodo. Provi lei, caro Elkann, a lasciare il tetto dei genitori con un lavoro precario che frutta, nel migliore dei casi, 600-700 euro. Provi lei a progettare il futuro con tale somma e ancora, provi lei a chiedere un prestito in banca senza l’incredibile vantaggio di chiamarsi Elkann, erede dell’impero Agnelli. Lei, signor Elkann, ha tutto questo non perché ha sudato, non perché l’ha guadagnato ma semplicemente perché è nato ricco sfondato.

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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