Caterina Simonsen: lasciatela in pace


Caterina Simonsen

Caterina Simonsen è un nome che in questi giorni è diventato noto a tutti. Si tratta di una ragazza venticinquenne seriamente ammalata. Spesso i social network donano popolarità a chi neanche la cerca e probabilmente la ragazza non si aspettava di ritrovarsi sulle homepage di diversi quotidiani online.

Caterina Simonsen ha preso una posizione chiara, netta, a favore della sperimentazione sugli animali. Anzi, ha ringraziato questa pratica per non essere morta da bambina. La sua presa di posizione, l’è costata centinaia d’insulti e qualche nefasto augurio di morte.

Penso di essere una persona deputata a parlare in quanto, da circa 20 anni non mangio carne o pesce. Insomma, non mi nutro di nulla che sia stato in vita. La mia è stata una scelta in favore della vita. Quando cammino, faccio attenzione anche a non calpestare le formiche e chi mi conosce, lo sa. Quanti hanno augurato la morte a Caterina Simonsen, non sono animalisti così come gli antiabortisti che si macchiano di atti violenti contro i medici che praticano l’aborto, non sono pro-vita.

Lo dico onde evitare fraintendimenti: io sono contrario alla sperimentazione animale. Ma sono contrario anche agli animalisti della domenica. Essere animalisti non vuol dire adottare un cane e magari umanizzarlo (questo sì, contro natura), mettergli un cappottino. Quante di quelle persone che hanno insultato Caterina Simonsen oggi mangeranno carne? Forse la vita di un maiale vale infinitamente meno di quella di un beagle? Chi lo pensa, fa razzismo animale, è un ipocrita e di animalista non ha nulla.

La sperimentazione animale causa sofferenza alle cavie, le uccide. Ma credete che la bistecca che mangerete oggi non sia il frutto di atroci sofferenze patite da un vitello? Perché nessuno insulta i macellai? Facebook è il rifugio dei bulli e si sa, i bulli, in fin dei conti, sono dei vigliacchi. Voi che avete offeso e augurato la morte a questa ragazza, siete dei bulletti da quattro soldi nascosti dietro una tastiera. Pensate che l’essere iscritti a un social network vi dia il diritto d’insultare chi vi pare, impunemente. Non è così e vi auguro di pagarne le conseguenze.

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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