Chiudi o bruciamo la libreria: forconi o caproni?


Se è vero che le banche sono il simbolo del capitalismo, è altrettanto vero che le librerie sono il simbolo della cultura. Una cultura che – soprattutto nel nostro Paese – è stata calpestata, umiliata, vilipesa per decenni e chi sa ancora per quanto in futuro. Martedì scorso, a Savona, i gestori di una libreria Ubik sono stati minacciati da un gruppo di manifestanti che partecipavano alla mobilitazione dei “Forconi”.

Il gruppetto – che naturalmente non può essere considerato come rappresentativo di un movimento trasversale – ha intimato a delle persone che stavano lavorando, di chiudere la libreria o in caso contrario avrebbero bruciato i libri (purtroppo, altri commerciati non certamente immuni dalla crisi e dalle difficoltà economiche, hanno denunciato di essere stati vittime di episodi analoghi). Inevitabilmente il pensiero vola ai tristemente noti “Bücherverbrennungen”, i roghi dei libri organizzati dai nazisti.

Allora questi individui non sono Forconi, sono caproni. Se alla cultura fosse stata prestata maggior attenzione oggi, non ci troveremmo a questo punto che sa tanto di non ritorno. Con la cultura, non soltanto si mangia, ci si evolve, ci si affranca dallo stato brado, si diventa più forti e meno inclini a farsi abbindolare da discutibili personaggi con vocazioni messianiche o da mestieranti della politica.

L’Italia è un Paese dove l’ignoranza è la norma e qualcuno trae vantaggio da tale situazione. L’ignoranza dovrebbe essere considerata un reato perseguito dalla Legge e chi la perpetua, chi la diffonde, la fomenta, dovrebbe pagarla amaramente.

Obbligare qualcuno a seguire le tue idee, la tua protesta, è una forma d’oppressione pari a quella che sta assoggettando oggi i popoli e nell’oppressione non ci sono i germogli della rivoluzione. Ribellarsi è ben altro e soprattutto è un gesto nobile estraneo al rogo dei libri.

Vincenzo Borriello Scrittore

 

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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