Pomì e la guerra dei pomodori


In queste ore impazza la polemica innescata da un messaggio pubblicitario della Pomì, azienda produttrice di pelati e passati di pomodoro. Diversi campani si sono sentiti offesi dalla nuova campagna pubblicitaria della succitata azienda che tende a evidenziare la provenienza padana dei pomodori utilizzati alla base dei suoi prodotti. A mio avviso si tratta di una polemica inutile e stupida.

Vero è che l’azienda, in passato, ha sfruttato qualche luogo comune della napoletanità nei suoi spot (evidentemente faceva comodo) così com’è altrettanto vero che le nostre terre sono state avvelenate anche dai rifiuti provenienti dalle aziende settentrionali ma non trovo nulla di scandaloso, da parte della Pomì, nel voler evidenziare l’origine dei suoi prodotti (anche se non possiamo verificarla). Non si fa lo stesso con la mozzarella di bufala? I nostri produttori non si battono da anni affinché sia certificata l’origine dei prodotti alimentari italiani?

Indubbiamente la campagna pubblicitaria della Pomì è volta a prendere le distanze dai “nostri veleni” ma davvero possiamo fargliene una colpa? Noi campani per primi, non abbiamo il diritto a sapere se quello che stiamo mangiando proviene da terre contaminate? Chi sano di mente, oggi, mangerebbe consapevolmente qualcosa proveniente dalla “terra dei Fuochi”. Allora l’indignazione nasce solo da quel maledetto senso d’inferiorità e di vittimismo che da sempre ci portiamo dentro.

Diamo sempre la colpa agli altri o alla sfortuna, così è molto più comodo. Eppure, spesso, siamo i carnefici di noi stessi. Già m’immagino le polemiche che queste parole susciteranno tra la mia gente, pazienza, ma non baratto la mia onestà intellettuale in cambio di applausi e pacche sulle spalle. Non è mio costume scrivere ciò che le persone vogliono sentirsi dire.

Il presidente del Consiglio regionale della Campania Paolo Romano chiede il ritiro dello spot. Chiede il risarcimento dei danni materiali e morali provocati al nostro territorio. Scade in una dicotomia Nord contro Sud che sa di giurassico e semplicistico. Ma davvero vogliamo parlare di danni materiali e morali provocati al nostro territorio? Allora sul banco degli imputati dovrebbero salirci anche alcuni politici che non hanno vigilato (e meglio non aggiunga altro) su quanto stava accadendo. Se è vero che lo Stato – perdonate il gioco di parole – è stato assente, è altrettanto vero che Comuni, Provincie e Regione sono l’avamposto dello Sato e non semplici poltrone da spartire tra gli amici. Magari tutti i nostri problemi si riducessero a una pubblicità.

Vincenzo Borriello Scrittore

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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