Incidente bus Monteforte Irpino, una riflessione


Quanto accaduto lungo il tratto autostradale Monteforte Irpino – Baiano è una tragedia che ha colpito l’intera Campania. Difficile restare impassibili di fronte a tragedie del genere anche se non si ha conoscenza diretta delle vittime. C’è un’immagine che più di tutte mi ha colpito, una fila di bare accanto a una serie di corpi… le lenzuola insanguinate ma anche l’occhio cinico di una macchina fotografica che indugia sul dolore dei parenti delle vittime. Nel gergo si chiama “fotonotizia”. Ecco, non so quale apporto dia al diritto di cronaca la foto o la ripresa video di una persona in lacrime costretta a vivere in pubblico un momento privato.

Ma non è questa la ragione del mio intervento. Si tratta di una semplice premessa prima di fare un ragionamento che sa di denuncia. Non so quali siano le cause reali che sono costate la vita a quasi quaranta persone. Nessuno ancora lo sa. Per adesso si possono fare congetture, nulla di più. In attesa che sia fatta doverosa chiarezza sulle cause di simile strage, magra consolazione per chi ha perso delle persone care, vorrei parlare in generale del business degli autobus da turismo. Non si tratta di accuse verso qualcuno in particolare ma il problema, credo, sia abbastanza diffuso in Campania.

Il profitto resta il bene supremo, persino più della vita umana. Bisogna massimizzare gli utili, contenere i costi affinché ci sia un certo margine di guadagno. Del resto i clienti che noleggiano gli autobus chiedono prezzi bassi. Il mondo del noleggio bus è una vera giungla dove è davvero difficile sopravvivere. L’unico modo è offrire il prezzo più vantaggioso. Ovvio, da qualche parte bisognerà pur tagliare. Come sempre accade in questi casi e in tante altre situazioni simili, si taglia dov’è più facile: la sicurezza.

Quanto sono davvero sicuri gli autobus che circolano sulle nostre strade trasportando decine di persone? In alcuni casi davvero poco. E non parlo soltanto di questioni meccaniche come gomme usurate all’inverosimile o pezzi riparati in continuazione invece di essere sostituiti. Spesso, vittime più di chiunque altro sono gli autisti di questi autobus. Una volta assunti, questi lavoratori, devono essere a completa disposizione di chi gli paga lo stipendio (dopo diversi mesi in molti casi). Non ci sono orari. Un autista può avere un turno di lavoro che dura anche 20 ore di fila (centra poco il fatto che l’autobus resti fermo in attesa dei passeggeri), nonostante gli sia pagata come una normale giornata lavorativa. Non esistono gli straordinari. Ai passeggeri stessi non importa se l’autista riposi. Loro hanno pagato e vogliono divertirsi.

Non hanno mai voglia di tornare a casa, inconsci che stanno scherzando con la loro stessa vita. Non sanno che quel conducente, probabilmente, il giorno prima è riuscito a dormire appena quattro ore, perché qualcun altro non voleva saperne di rincasare. Del riposo degli autisti interessa poco anche ai datori di lavoro. L’autista torna a casa a mezzanotte, stanco, e magari alle 5 del mattino deve ripartire. Tanto noi siamo faciloni e fatalisti. Prima diciamo “e che fa, proprio a me deve succedere” poi, quando avviene la tragedia, ce la prendiamo con il destino infame, il fato avverso. Eh no, il fato non c’entra nulla. Tante morti avrebbero potuto evitarsi se non si fosse peccato di negligenza.

Vincenzo Borriello Scrittore

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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3 risposte a Incidente bus Monteforte Irpino, una riflessione

  1. Anonimo ha detto:

    Argomento centrato in pieno. Io sono un autista di autobus GT e sottoscrivo ogni parola scritta in questo post.

  2. Anonimo ha detto:

    Bravo ha detto una cosa giusta

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