Ha definito il Vaticano un puttanaio: intervista a don Giorgio, un prete che non le manda a dire


Apprendo della notizia secondo la quale la Curia ha deciso di rimuovere dal suo incarico don Giorgio de Capitani per trasferirlo altrove. Don Giorgio è uno dei pochi preti che stimo (chi mi segue conosce il mio anticlericalismo) e per questo ripropongo qui una vecchia intervista che realizzai con lui.

Don Giorgio De Capitani è uno di quei pochi preti controcorrente. Ho deciso di approfondire la conoscenza di questo parroco e del suo pensiero. Don Giorgio non esita a denunciare la mancanza di democrazia all’interno della Chiesa. Non si nasconde dietro un dito e non ha problemi a criticare le alte sfere vaticane e le sue contraddizioni. Non solo, con don Giorgio abbiamo toccato temi fonte d’imbarazzo per la Chiesa come l’omosessualità, la pedofilia e il suicidio.

1. Lei chiede maggiori responsabilità per i vescovi, un ruolo più attivo in seno alle decisioni della Chiesa. Può spiegarci, in modo più articolato, questo suo pensiero?

Era anche il sogno del cardinale emerito Carlo Maria Martini: ridare più spazio alla voce dei vescovi. Con la scusa del primato del papa, i vescovi hanno sempre contato poco nella Chiesa, tenuti ai margini, con incarichi prettamente pastorali (a capo di una diocesi), ancora oggi sono solo consultati, ma non hanno voce prioritaria. Anche per timore da parte degli stessi vescovi che non vogliono l’incrinare l’unità della Chiesa. I vescovi cosiddetti “disobbedienti” sono rari, pronti subito a rientrare nei ranghi. Sì, c’è la Conferenza Episcopale Italiana, come a dire: diamo una certa parvenza di democraticità scegliendo un gruppetto di vescovi, che ogni tanto si trovano a discutere sulla attualità della Chiesa italiana. Il mio discorso, comunque, va oltre il nostro Paese: penso ai vescovi di tutto il mondo. La Chiesa è cattolica, ovvero universale. Comunque, a passare è sempre la voce del papa o, meglio, di quell’apparato cardinalizio che condiziona il più delle volte le scelte stesse del papa. Del resto, chi elegge il papa? Non sono i cardinali? Anche i bambini sanno che il cardinalato è solo un titolo, e che il vescovo è la pienezza del sacerdozio. Anticamente esistevano addirittura cardinali diaconi e cardinali preti. A eleggere eventualmente il papa dovrebbero essere i vescovi: tutti i vescovi del mondo. Con criteri e tecniche più moderni. Il titolo cardinalizio dovrebbe al più presto scomparire. Non ha più senso. Per di più porta dietro un retaggio che non fa onore alla Chiesa del Cristo radicale.

2. Mi è sembrato di capire che lei ritiene il papa, una sorta di burattino nelle mani di oscuri personaggi, chi è che muove i fili?

Teniamoci pure il papa, ma la Chiesa dovrebbe essere più democratica, e non fondata sulla persona in quanto tale del papa, il quale, è chiaro, non può arrivare a tutto, solitamente resta vittima della sua stessa prigione, e perciò soggetto ai giochi più loschi di potere di un vaticano che è dominato, ancora oggi, da una loggia massonica. Il papa che ne sa di ciò che succede nel mondo? Sa ciò che gli fanno vedere. Entra nei palazzi vaticani solo ciò che è filtrato opportunamente da una gerarchia che tiene in pugno lo stesso papa. Un capo ci vuole, come in tutte le cose. Ma non può comandare da solo, anche perché in realtà a comandare sono sempre gli apparati più compromessi, e per nulla evangelici.

3. Stato Vaticano, gerarchie ecclesiastiche, Ior: forse sono stato distratto io ma quando e dove Gesù ha parlato di queste cose?

Penso proprio di no: che Gesù non abbia voluto tutto questo, anche se forse l’aveva previsto. D’altronde, è il rischio della libertà. E Cristo non ha voluto una Chiesa di obbedienti ciechi, anche se poi nella realtà la stessa struttura della Chiesa impone l’obbedienza come una virtù. Questa è la forza del potere: chiedere l’obbedienza, pretendere l’obbedienza, e nel campo religioso ciò è ancora più vincolante, perché si mette di mezzo Dio stesso. Il volere di Dio! Con il volere di Dio si sono compiute le nefandezze più orrende: basterebbe pensare all’Inquisizione, ecc.

4. Lei critica l’istituzione ecclesiastica, perché continua a farne parte, seppur come semplice prete? Perché sceglie di sottostare a un gerarca, come ha definito il papa quando, e perdoni la frase fatta, non è l’abito che fa il monaco? Non bisogna certo essere preti per farsi portavoce del messaggio di Cristo…

È la solita domanda che mi fanno. Ho sempre pensato, e tuttora, che se si vuole cambiare qualcosa bisogna restare dentro la struttura. Fuori, è difficile! Per questo, appena possono, i nostri superiori tolgono responsabilità ai dissidenti o ai contestatori, li mettono ai margini. Dal di dentro, si possono aprire porte e finestre. A differenza dei vari don Gallo, don Barbero ecc. io ho ancora una certa responsabilità di parrocchia, e ciò che mi dà forza è il contatto con la mia gente. Le idee circolano con più efficacia.

5. Monsignor Babini, vescovo emerito di Grosseto, ritiene che recitare il rosario sia utile nel limitare la diffusione dell’omosessualità mentre, per quanto riguarda lo scandalo della pedofilia che ha coinvolto la Chiesa, parla di complotto sionista. Monsignor Crociata dice che i vescovi non sono dei pubblici ufficiali, quindi, non sono tenuti a denunciare casi di abusi sessuali qualora ne venissero a conoscenza. Dello stesso avviso è la senatrice Binetti. Don Alessandro Cirillo, parroco di S. Valentino Torio ha detto che: “Chi si toglie la vita sta programmando, paradossalmente, l’amore alla vita. Quando non ci sono più le condizioni per una vita dignitosa, l’unica speranza, l’unica via d’uscita è la morte“. Quali le sue opinioni in merito a questi temi?

Ciascuno di questi temi meriterebbe un lungo discorso. Li ho trattati varie volte con articoli e video. Sull’omosessualità: riconoscere almeno i diritti civili, e direi umani, a tutti, indipendentemente dal sesso o dalla situazione oggettiva in cui una persona si trova. Per me gli omosessuali possono vivere serenamente la loro sessualità, anche come coppia. Si potrebbe discutere sull’affidamento a loro dei figli. Che esistano preti gay non è una novità di oggi, tanto più che la Chiesa ha sempre inculcato già dal seminario la fobia dell’altro sesso. Ancora oggi è un problema se alcuni preti confessano pubblicamente di esserlo. La gerarchia non accetta, anche se tra gli stessi vescovi ci sono diversità di pareri. In pratica, se un prete fa outing viene rimosso dal suo incarico. Sullo scandalo della pedofilia dei preti, il discorso si fa veramente pesante e inequivocabile. Via ogni ma e ogni se: non c’è alcuna giustificazione! È veramente scandaloso anche il fatto che la Chiesa per secoli abbia taciuto! E anche oggi fa di tutto per nascondere. Certo, si dovrebbe almeno rimuovere i preti pedofili dal loro incarico, senza però spostarli in altre parrocchie. Tuttavia, lo dico senza voler giustificare il silenzio, talora, nei paesi piccoli, denunciare il prete pedofilo alle competenti autorità significherebbe mettere anche in difficoltà le stesse vittime (non dimentichiamo che sono minorenni). Ci vorrebbe una certa cautela, ripeto: per non mettere a disagio chi ne è rimasto vittima. Sulla propria vita, ho già espresso le mie idee, sia sul testamento biologico (la vita finisce biologicamente quando a stabilirlo è la natura stessa e non la tecnica talora disumana), e sia anche sul porre fine alla propria esistenza: non ho il diritto di giudicare un gesto così estremo!

6. Di recente il papa ha tenuto un incontro con i fedeli a Milano, visto come sono organizzati questi eventi, l’impiego di risorse economiche e di uomini, inclusi i tiratori scelti sui tetti, ha davvero senso una manifestazione del genere? Voglio dire, siamo alla presenza di un uomo di Dio o a una sorta di star?

Da tempo lo sto dicendo, e non solo da ora: sono decisamente contrario ad ogni manifestazione di massa della Chiesa. Mi dà l’impressione che essa voglia talora mostrare i propri muscoli, quando invece bisognerebbe dare più visibilità alla profezia, che purtroppo nella Chiesa è sempre stata vista con un certo timore, per non dire terrore. Si dice ai profeti di essere umili, e chissà perché non si dice ai “perfetti” di esserlo. No, i modelli vanno mostrati davanti al mondo, e quali sono questi modelli? Quei modelli che servono alla Chiesa a dare più credibilità alla propria struttura. I santi di solito si scelgono tra coloro che sono serviti meglio a dare lustro alla struttura di fede, dogmatica e morale, della Chiesa gerarchica. A comportarsi da star è stato soprattutto il papa polacco. L’attuale doveva essere una sua ombra in attesa del nuovo, da tutti atteso. Ma ho il timore che dovremo aspettare ancora parecchio prima di avere un papa veramente testimone del Cristo radicale. Papa o no, dà fastidio la sua corte che, al momento, sembra essere una coreografia, ma che in realtà, poi a casa, ovvero a Roma, è il centro del potere. Ecco perché vorrei ripeterlo: la Chiesa va data ai vescovi, togliendo loro ogni titolo onorifico o di potere. Vescovi, e basta. Lo Spirito santo sarà più libero di agire. In loro, e nella Chiesa, e nel mondo intero.

Vincenzo Borriello Scrittore

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Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
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