Camorra, io non co sto!


Oggi affronto un tema delicato, quanto attuale, sebbene sia una piaga, iniziata tanti, troppi decenni fa: la Camorra. La camorra è una parola che ha troppi sinonimi e che a sua volta è sinonimo di altrettante parole… mafia, ‘ndrangheta, malaffare, corruzione, politica, tangenti, pizzo, soprusi, violenza e potrei andare avanti per ore. Questa parola, ho imparato a conoscerla fin da bambino, essendo nato in una terra dove questo fenomeno malavitoso è germogliato come la peggiore delle erbacce, di quelle che più le estirpi e più rispuntano. A memoria, credo che il mio primo vero incontro con questa parola fu con l’omicidio di Giancarlo Siani, nel 1985, un giornalista de Il Mattino, assassinato in un agguato camorristico.

 

Omicidio di camorra… fino ad allora avevo sentito parlare esclusivamente di “omicidio delle Brigate Rosse”, mai di camorra, sebbene all’epoca non capissi nulla né dell’una né dell’altra. Man mano poi, con il tempo, capii che Siani era morto perché con la sua penna riusciva a dare fastidio ai Boss, a quelle persone responsabili dell’arretratezza economica e sociale in cui versavano, e sotto certi aspetti ancora versano, Napoli e provincia. Quel giornalista divenne un modello per me. La camorra ha due alleati, la politica (ovviamente quella marcia, corrotta) e la paura. La seconda, la paura, è l’alleato più forte, l’arma più potente. É quest’ultima che bisogna sconfiggere, la paura di parlare, la paura di guardare, vedere, la paura di denunciare.

Il silenzio diventa lo scudo, il giubbotto antiproiettile, eppure, nonostante l’illusione, quando chiudiamo gli occhi e la bocca per paura, perché un camorrista ci dice di farlo, siamo morti, forse morti che camminano, ma comunque morti. Chiudendo la bocca, scaviamo la fossa a noi stessi, ai nostri cari e alla città tutta, o peggio alla nazione intera. Ragazzi schiavi dei quartieri in cui gli si lascia credere che l’unica via per emergere è quella della pistola. Gli s’inculca un’idea distorta del concetto di rispetto, come ebbi modo di scrivere una volta in un mio articolo per un giornale con cui collaboravo: «...c’è un concetto deviato e deviante del “rispetto”, non il rispetto per il prossimo, che sarebbe una cosa positiva oltre che auspicabile, ma un rispetto arrogante di cui se né si appropria con la violenza, anche con l’omicidio se è necessario – proseguo poi dicendo – …hanno mutuato dalla camorra l’idea che un uomo che non si fa “ rispettare ” non è un uomo. Per questi ragazzi il rispetto non è una cosa che si guadagna grazie alla forza delle proprie idee o in virtù di azioni oggettivamente degne di nota come normalmente accade nella società civile. No, sei rispettato solo quando chi incrocia il tuo cammino, abbassa lo sguardo, e se non lo fa, devi punirlo perché ci sono gli amici con te e devi dimostrare a loro, più che a te stesso, che sei uno che si fa “rispettare” e tutti nel quartiere lo devono sapere, perché per queste persone il mondo si riduce al quartiere, l’unico posto dove sentono di avere un’identità ben definita. L’unico posto dove si riconoscono e si sentono riconosciuti. È lì che la loro identità si è formata.»

Sembra tutto surreale, me ne rendo conto, ma vi assicuro che queste realtà esistono. Questa sub cultura va estirpata, partendo si da una scolarizzazione seria ma ancora prima dalla famiglia, fornendo strumenti adatti a elaborare la realtà in modo corretto e soprattutto che trascenda dall’idealtipo di quartiere che si tramanda di generazione in generazione e che negli ultimi anni, si perpetua attraverso il fenomeno delle canzoni neomelodiche e attraverso i film dei vari Mario Merola e simili che se da un lato rispecchiano uno spaccato culturale, dall’altro, sono fonte di una produzione di massa di personalità e che rafforzano un universo valoriale già fortemente interiorizzato senza mai mettere in discussione la cultura camorristica.

Tutto però ha un senso, se le persone oneste smettano di avere paura, la camorra si può sconfiggere, ma solo se affrontata a viso aperto. Siamo in tanti, siamo più di loro, e sicuramente anche più intelligenti. Avere paura, vuol dire diventare complici della camorra. Mai voltarsi dall’altra parte, e denunciare sempre, che sia una richiesta di pizzo o che si sia assistito a un omicidio di camorra, denunciate.

Vincenzo Borriello Scrittore

(riportare il link in caso di riproduzione)

L’uomo che amava dipingere (Vincenzo Borriello – Casa editrice Aurea) Yassir,un giovane pittore iraniano, è arrestato per aver dipinto un quadro raffigurante una donna nuda. L’accusa è di aver prodotto materiale pornografico, reato per cui in Iran è prevista la pena di morte. L’uomo in prigione conoscerà Omar, detenuto perché omosessuale, fra i due nascerà un’ amicizia molto forte che porterà a dei risvolti inaspettati

Annunci

Informazioni su Vincenzo Borriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che l’ha portato a collaborare con alcune testate giornalistiche per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, e agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua passione per la sociologia ha portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano, a suo parere, incomplete come nel caso del terrorismo islamico, cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto a effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è previsto la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro, un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai sufficientemente dibattuti, attingendo come nel lavoro precedente, da fatti di vita reale sapientemente mescolati e rimescolati alla fantasia e creatività dell’autore. Il passo successivo è rappresentato dall’opera “Il ladro di fotografie”, edito da Lettere Animate. Borriello, per la prima volta, si cimenta con il noir. Un’etichetta che però, probabilmente, non rende bene l’idea. La definizione più adatta per l’opera potrebbe essere “noir riflessivo”. Questa la trama: La tranquillità di un cimitero newyorkese è disturbata da una serie di furti. Qualcuno ruba dalle lapidi le foto di giovani e belle donne, cercando tra esse l’amore della sua vita, la donna ideale. Ben presto però, il responsabile dei furti, diventerà uno spietato serial killer. Vita e morte, facce di una stessa medaglia, si mescolano con l’amore, il dolore e la follia. Sullo sfondo della storia, la vita distrutta di Anthony, un ex poliziotto, vedovo, depresso ed alcolizzato che ora lavora come becchino. Anthony ha un solo scopo nella sua vita: trovare l’assassino di Franceen, sua moglie.
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Camorra, io non co sto!

  1. Pingback: Tweets that mention Camorra, io non co sto! | Vincenzo Borriello Scrittore -- Topsy.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...