Il Gufo – Racconto breve


IL GUFO

L’oscurità era così intensa che sembrava avesse divorato persino la luna. Il vento sibilava sinistro quella notte. Gli alberi, impotenti, si piegavano al suo volere. C’erano sette buche, sei piene, una vuota, ancora per poco. Una pala adagiata a un masso in attesa di prestare nuovamente i suoi servigi. La terra occultava corpi ormai marci. Corpi di donne senza volto, senza passato, relitti della società, per alcuni. Donne figlie della notte, lucciole, oggetti di desiderio, stelle cadute rigurgitate dal cielo. Su di un ramo risecchito, maestoso, si poggiò un gufo reale. I suoi occhi color ambra osservavano dall’alto il becchino scavare.  «Ne hai ancora per molto?» chiese il gufo, con voce profonda e imponente dall’alto del trespolo occasionale. Il becchino si guardò intorno, il cuore gli palpitava. Si girò a destra poi, di scatto, a sinistra. Non vide nessuno.

«Ne hai ancora per molto?» ripeté il gufo.

«Chi parla tra questi alberi spogli? Chi mi osserva nascosto tra essi?».

Guardò in alto, sul ramo che gli sovrastava il capo. Non vide molto, solo due sfere ambrate, lambite dal buio, puntate su di lui come fari. Un battito d’ali, e il gufo si poggiò sul masso, d’innanzi a lui.

«È molto che ti osservo. Sono sempre lì, o ovunque tu vada. Ti guardo scavare, ti guardo strappare le anime dai corpi, riempire il vuoto della tua esistenza con i cadaveri. È questo che ti sazia… la morte?»

«No! Perché ogni volta ho più fame».

«Per chi è quella buca?»

«Per un volto perso nella notte come, perso fu quello di mia madre».

Il gufo spiccò il volo dal masso sul quale si era adagiato poco prima e, elegantemente, si posò sulla spalla del becchino. Le nuvole correvano veloci in cielo, danzando d’innanzi alla pallida luna fattasi, nel frattempo, spazio tra le tenebre. Il gufo portò il suo becco all’orecchio del becchino e gli sussurrò: «Ero lì anche quando tua madre ti obbligava  a guardare perché ai suoi clienti piaceva così».

Le vene del cranio si gonfiarono, una vampata di calore salì dal basso lungo tutto il corpo. Iracondo il becchino chiese: «Chi sei tu, qual è il tuo nome?».

Il mio nome si è perso tra i granelli di sabbia che scandiscono il tempo. Trecento anni passarono da quando, venni al mondo, ma tu puoi chiamarmi Gufo.

«Gufo, non ho nessuna intenzione di chiamarti. Va via e lasciami finire il mio lavoro».

«Sono qui per questo, per assicurarmi che tu possa portare a termine il tuo lavoro e con esso, sarà finito il mio».

«Cos’hai a che fare tu con me?» chiese il becchino con rabbia incontrollata, le braccia tese, aderenti al corpo e i pugni ben stretti.

«Entrambi siamo figli della notte… entrambi siamo rapaci a caccia di prede, entrambi siamo vendicatori».

«Placa la tua sete di vendetta altrove questo, non è posto per te. Lasciami in pace dannato pennuto!».

«Pennuto? Ora mi offendi… io sono un gufo reale».

«Offenderti… maestà, è il minimo che possa capitarti, va via se non vuoi essere il prossimo a riempire questa buca».

Il gufo non aggiunse altro e andò via.

Il becchino riprese a scavare. Più spalava e più sembrava aggiungersi altra terra a riempire quella fossa. Il sudore scorreva lungo la sua fronte nonostante il vento diventasse sempre più forte. L’alba tardava a venire. La notte sembrava protrarsi oltre il dovuto. Scavava… scavava e i nomi delle sue vittime sembravano sussurrati dagli alberi intorno. Era un continuo echeggiare del macabro elenco. La testa gli sembrava scoppiare ma continuava a scavare. Il gufo fece ritorno, si posò sullo stesso ramo, dove si era accomodato poco prima e bubolò.

«Cosa c’è, maledetto uccellaccio, hai perso il dono della parola?».

«Tutti perdiamo qualcosa» rispose criptico il gufo.

«Io ho perso la pazienza».

«Non di questo dovresti preoccuparti».

«Perché continui a scavare, se la fossa è già piena?».

«Perché non ho ancora toccato il fondo»

«Vedi questo ramo? – chiese il gufo – Un tempo, c’impiccavano gli assassini come te… e qualche innocente».

«La cosa non mi tocca».

«Eppure dovrebbe!».

Il becchino scavava, scavava, scavava poi, gettò via la vanga sotto lo sguardo attento del gufo. Prese a scavare con le mani quasi a sviscerare il ventre della terra. Un volto riaffiorò, con le mani scostò la terra che celava l’identità di quel corpo deposto in una fossa che sarebbe dovuta essere vuota. La settima buca per la settima vittima. Il buio gli impediva di vedere, capire, chi ci fosse in quella fossa. Dalla tasca sfilò un accendino, lo accese e avvicinò la fiamma a quel volto. Incredulo guardava fisso, all’interno della buca. Il gufo si posò nuovamente sulla sua spalla. Nella fossa c’era sua madre.

«Cosa diavolo significa questo?» chiese al gufo.

Il rapace non disse nulla, aprì le sue grandi ali e tornò ad adagiarsi su un ramo vicino. Il becchino afferrò nuovamente la pala e scavò, dove aveva seppellito le sue vittime. La sorpresa e lo smarrimento furono maggiori quando, disseppellì il primo cadavere. Incredulo, tirò fuori dalla fossa il corpo della madre. Disseppellì, allora, freneticamente, gli altri corpi e in ognuna delle sette buche vi ritrovò sua madre. Finalmente si fece giorno, un cacciatore passò di lì e trovò il becchino riverso nella buca, con gli occhi cavati, come se qualcuno li avesse mangiati, e accanto, una piuma di gufo reale.

Vincenzo Borriello

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Info su vincenzoborriello

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Ha conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli. Fin dall’età adolescenziale ha avuto una forte passione per il giornalismo che lo ha portato a collaborare con due testate giornalistiche Tutto è… ed Il Levante per le quali ha scritto di politica, di cronaca e ha svolto inchieste giornalistiche con una forte impronta sociologica. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del Sistema Mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per “pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui “Nuovi equilibri globali”, ed agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua maturità giovanile e la sicurezza del tratto della sua penna hanno portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali e le interpretazioni risultavano a suo parere incomplete come nel caso del terrorismo islamico, a cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto ad effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici. Nel febbraio 2010 esce il suo primo romanzo dal titolo “L’uomo che amava dipingere” (Casa editrice Aurea) che narra la storia di Yassir, un giovane pittore iraniano arrestato per aver dipinto una donna nuda, reato per il quale è prevista la pena di morte. É lo stesso autore a definire il suo libro un romanzo”sociale”contro la violazione dei diritti umani; ma anche una finestra sul mondo arabo-persiano capace di fornire un punto di vista alternativo rispetto a quello “folkloristico”che i media amano dare in pasto a cervelli troppo pigri per pensare. L’opera ottiene ottime recensioni, così come ottima è giudicata la capacità di scrittura dell’autore, da parte di chi ha letto il libro. Due i riconoscimenti in particolare che vale la pena citare: decretato dai lettori libro del mese su “Il Romanziere” e libro del mese sulla rivista “Lapilli”. Nel febbraio del 2011, proseguendo sulla scia del “romanzo sociale” intrapresa con il lavoro precedente, Borriello pubblica “La donna che sussurrava agli specchi” edito da Montecovello. L’opera che, stilisticamente rappresenta un’ulteriore evoluzione per l’autore, vuole ancora una volta essere un atto di denuncia verso temi mai
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